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STORIA DI UNA CORSA SISTEMICA di Laura Loru

STORIA DI UNA CORSA SISTEMICA

 

La corsa, lo dico sempre mi ha salvata dal baratro diverse volte. E anche ora che sto riprendendo, si accompagna bene alla consapevolezza sistemica.

 

Da qualche giorno mi sentivo in movimento come se stessi scappando da qualcosa che non volevo vedere mentre tutto intorno a me gridava silenziosamente, “rallenta, fermati! Prenditi il tuo spazio, Lascia che ciò che deve arrivare arrivi. ”

 

Così stamattina ho deciso di uscire a correre per lasciar andare le gambe e il fiato.

La “coincidenza” ha voluto che dimenticassi a casa le cuffie, di solito scandisco la corsa con la musica.

 

Perciò arrivo nel lungomare e parto con la percezione che si fa strada dentro di me e mi dice, “non pensare alla corsa, spingi fin dove senti che puoi e rallenta quando ne senti il bisogno”

 

Quindi parto, e mi accorgo che faccio fatica a spezzare il fiato ma sento che le gambe vogliono andare quindi do retta alla mia sensazione e, nel momento in cui spezzo il fiato, le gambe e il corpo si perdono nella ripetizione di quell’automatismo.

A questo punto, mi ritrovo ferma ad ascoltare le sensazioni di questa corsa, mi sento arrabbiata e mi chiedo: da dove arriva questa rabbia? Mentre sto correndo vedo davanti a me mamma e papà: sono li con le braccia aperte che mi vogliono accogliere e osservo, non sono loro a non volermi, a non vedermi, sono io che non riesco ad avvicinarmi a loro, perché? Chi c’è tra me e loro?

 

A questo punto lo sguardo si chiude su ciò che ho davanti a me: due linee, una bianca e una nera, non riesco più ad alzare lo sguardo mi perdo completamente su queste due linee e inizio a piangere è un pianto di dolore. Il corpo corre ma io sto su queste due linee e d’improvviso arriva la percezione, “sei una gemella sopravvissuta” .

 

Insomma lo sapevo, mia madre mi disse che quando mi aspettava, non pensava di essere rimasta incinta perché ebbe delle perdite, quindi lo sapevo, ma non lo vedevo! Sapere e vedere sono due cose molto diverse, ora lo capisco.

 

E quindi mi ritrovo lì, in questo stato di consapevolezza che osservo me e la mia gemella e osservo anche la mia corsa: corro su due linee, quando di norma si dovrebbe seguire una linea sola, insomma corro su due linee e il piede che batte sulla linea nera è meno deciso, a momenti strascica; è l’altro piede, quello che batte sulla linea bianca a portare il corpo a dare sostegno alla corsa.

 

E mentre piango capisco che non mi sono potuta avvicinare ai miei genitori perché la mia anima è ferma lì a cercare di risollevare chi non è nato e d’improvviso sento tutta la mia incompletezza, tutta la mia fragilità perché vorrei che lei la mia gemella, mi vedesse, vorrei stare con lei, vorrei viverla e invece lei è una linea nera che corre parallela a me e piango, piango come una bambina e sento il peso di questo lutto e mentre lo sguardo si alza lentamente verso l’orizzonte, il corpo inizia a fare una scelta: correre solo sulla linea binca con la consapevolezza che affianco ci sarà sempre una linea nera che corre parallela a me.

 

Laura